Storia del mammismo

Nella lingua italiana il termine mammismo ha una data di nascita precisa, il 1952 con la pubblicazione del breve saggio di Corrado Alvaro, intitolato con un neologismo: “Il mammismo”, frutto della necessità politica e psicologica, all´indomani della seconda guerra mondiale, di cercare nuovi miti unificanti. Il mammismo è infatti un esempio tipico di “invenzione di una tradizione”, avallata dalla fascinazione da parte di alcuni intellettuali italiani nei confronti delle immagini materne dell´Italia contadina del sud.

C´è poco, infatti nella storia della famiglia italiana centrata sulla patria potestà e sul distacco precoce dei figli maschi dal nucleo familiare che possa suffragare l´ipotesi cara agli intellettuali degli anni 50 del rapporto privilegiato tra madri e figli maschi, tipico del mito della “Grande Madre mediterranea” . Il libro di Marina d´Amelia, “La mamma,” (1) delinea questo interessante tour fatto di immagini, rappresentazioni, figure retoriche intorno alla madre italiana tra il primo ottocento e la seconda guerra mondiale.

Come si è venuta a creare dunque l´immagine della madre italiana e “d´una società d´uomini allevati dalla mamma come protagonisti” ? Primitività, passionalità, istintualità, sembrano essere i tratti distintivi della madre italiana che vizia i suoi figli rendendoli dipendenti, infermi e infelici, così almeno figura nei testi etnografici di Pestalozzi, Ernst Bernhard e dal saccheggio dei testi di De Martino ad onta della sua ferma messa in guardia di un malinteso senso del primitivo.

L´ancoraggio ad un passato antico è ancora più immaginario, infatti nella patriarcale Roma non era pensabile che una madre sovrainvestisse d´affetto i figli maschi, appartenendo questi fin da molto piccoli alla società e ai mores dei padri. La fortuna iconografica della Cornelia dei Gracchi è certamente recente, dilaga solo con i moti risorgimentali.

Agli inizi dell´ottocento troviamo ancora libri di viaggi di autori come Giuseppe Pecchio e Michele Palmieri, che paragonando le madri italiane a quelle straniere, criticano le prime per vanità, frivolezza, eccessivo attaccamento ai beni mondani, rispetto invece ad una cultura del rispetto e dell´attenzione all´educazione dei fanciulli che muoverà i primi passi su territorio inglese e francese.

Comincia dunque solo con i Moti risorgimentali la moderna fortuna della “mamma italiana”, in particolare con le madri degli esuli politici, che rimarranno le depositarie e le artefici delle fortune dei figli, sia in termini economici gestendo per loro conto il patrimonio, spesso alle spalle dei padri, sottraendo somme di denaro per le loro imprese, e mantenendo grazie ad una fitta corrispondenza, sia le relazioni politiche con i sostenitori rimasti in patria, sia un rapporto privilegiato con i loro figli che fornisce loro incitamento, motivazione, sostegno rispetto ai dubbi e ai cedimenti. Ne sono chiaro esempio le vicende di Maria Drago, la madre di Giuseppe Mazzini, Eleonora Curlo Ruffini, Adele Cairoli, che godettero di una notorietà e di un riconoscimento pubblico che non avrebbero mai goduto per i loro esclusivi talenti.
Da questo nuovo culto che riqualifica il mestiere di madre, discendono i numerosi testi ottocenteschi sull´argomento: da “La fisiologia del piacere” di Paolo Mantegazza, cui dobbiamo la celebrazione delle “virtù sacrificali” materne, alle madri educatrici, che “sanno aversi cura” di Edmondo De Amicis, in un messaggio di armonia e complementarità dei ruoli materno e paterno, fino alle mogli e madri cattoliche celebrate da Niccolò Tommaseo con le sue romantiche idealizzazioni della sofferenza.

Rispetto all´affettività patriottica delle madri risorgimentali, durante la Grande Guerra vi è qualcosa in più che affiora nelle emozioni di un legame che cinquant´anni di pedagogia nazionale hanno caricato di molteplici implicazioni simboliche: un bisogno di rispecchiamento e di sintonia che si rafforza dopo lo strappo imposto dalla partenza spesso volontaria. Chi ha attribuito un carattere di “prova virile” all´entrata in guerra, ha mancato di sottolineare la relazione di questa ricerca iniziatica con la grande dipendenza affettiva di cui molti epistolari testimoniano. Gli appelli alla madre salvifica ultimo rifugio dallo smarrimento e dall´impotenza sono essenziali nella psicologia di un popolo in armi e rappresentano dunque un passo obbligato e una costante ineliminabile di ogni conflitto.

Molto più controverse e complesse le figure materne che emergono dalle attività e dagli scritti di Anna Maria Mozzoni, Sibilla Aleramo, Luigi Pirandello, figure che susciteranno sdegno e incomprensione nei contemporanei per essere rivalutate e apprezzate solo negli ultimi decenni..

Con la Mozzoni infatti abbiamo una presa di distanza dal “destino materno” come unico possibile, in Aleramo la storia di una madre che abbandona il proprio figlio per ritrovare la propria identità verrà censurata duramente dai contemporanei, mentre nel pirandelliano “La vita che ti diedi” la commistione tra morte, adulteri, figli illegittimi che faceva da contorno al delirio di una madre che non vuole accettare la perdita del figlio, appariva troppo lontana dai perbenismi borghesi.

Con Amelia Rosselli e Margherita Sarfatti, madri di caduti nella Grande Guerra le rappresentazioni cominciano a cambiare, hanno posto il lutto e la disperazione, il difficile lutto, il rancore e il dolore selvaggio, il senso di colpa per non avere impedito la partenza: “Nessuna madre è, può essere giusta” pensa Amelia riflettendo in silenzio al suo desiderio incoerente rispetto al dovere morale e all´amor di patria, di tenere i figli per sé.

Se il fascismo aveva originariamente promosso una maggiore eguaglianza tra uomini e donne attraverso i Fasci femminili, la “rivolta delle madri” e la morale corrente, sminuirono e ridussero notevolmente la portata innovativa, cui fecero seguito una serie di leggi limitanti il lavoro femminile extradomestico che ben presto riportarono le rappresentazioni e le pratiche femminili negli alvei più tradizionali. Rimase la retorica del “dare figli alla patria” e dell´essere onorate dal ricevere una medaglia per i caduti che ebbe un effetto terrorizzante sulle più giovani generazioni: molte furono le giovanissime che dichiararono di non voler essere madri, né disposte al sacrificio. Un´intervista condotta su scala nazionale che provocò interrogativi e indignazione.

Con Ada Gobetti di Diario Partigiano torna infine la grande madre risorgimentale pronta a farsi bandiera degli ideali dei figli ma che è anche capace di una distanza umanizzante che vede nei fieri eroi della Resistenza, “fanciulli” bisognosi di riposo, di cura, in una visione ideale della lotta partigiana depurata da ogni contrasto e violenza.

Nelle scrittrici del dopoguerra infine come Elsa Morante e Fabrizia Ramondino, una presa di distanza dagli stereotipi, dove trovano posto figure di tenacia e forza psichica e fisica come spietate rappresentazioni della depressione e del lutto, mostrano uno sguardo più lucido che non cede al ricatto dell´idealizzazione.


Marina D´Amelio, La mamma, Il Mulino 2005